10 minuti prima del concerto

Feb 13, 2015

Chiacchiere, idee e libere associazioni con Javier Girotto

di Rossella Quitadamo

Javier Girotto al sax soprano, Alessandro Gwis al pianoforte, Marco Siniscalco al basso elettrico e Michele Rabbia a batteria e percussioni ovvero gli Aires Tango. Insieme dal 1994, ventuno anni splendidamente portati. Un’unione alimentata costantemente dalla voglia di sperimentare, da idee sempre nuove che non lasciano spazio al “mestiere” alla noia del già detto, già suonato. Ciò che rimane immutabile è solo l’entusiasmo, lo stesso di sempre, quello che li ha resi famosi.

Ventuno anni e non sentirli, o forse sì, perché quei tre italiani e quell’argentino trapiantato a Roma -tutti con l’idea di mescolare tango, jazz ed altro ancora- nel frattempo sono diventati musicisti affermati, nel pieno della loro maturità espressiva e della loro capacità creativa.

Quattro solisti che pensano e suonano come un unico organismo capace di far cantare un basso, far scoppiare di note il piano, far urlare il sax e srotolare un tappeto ritmico dai mille colori. Un organismo fatto di pura energia, quasi violenta a tratti, di una violenza che non ha nulla di scomposto ed è dettata dall’urgenza di far defluire il magma incandescente della sua (della loro) creatività.

Jazz, blues, tango, folclore argentino… tutto e nulla di tutto ciò: ieri sera sul palco del Caffè Letterario per il giovedì del Kabala gli Aires Tango hanno suonato soltanto la “loro” musica. Un concerto in cui hanno mantenuto costantemente in tensione la platea senza momenti di stanca o cali di intensità. Sussurri imperiosi ed urla dolcissime che ci hanno tenuto con il fiato sospeso, sospesi a galleggiare ad un metro da terra dalla prima all’ultima nota.

Questa è la mia chiacchierata con l’affascinante argentino dagli occhi di ghiaccio e il cuore gentile di nome Javier.

 

Cos’è per te il jazz?

Javier:  non è uno stile musicale, per me che faccio un altro tipo di musica è semplicemente una parola che indica improvvisazione, è uno spazio libero, a prescindere dal genere musicale.

Con chi vorresti improvvisare una jam session qui e ora?

Javier:  non sono un amante delle jam session, è un’arma a doppio taglio: non mi piace quella competitività che spesso si innesca durante una jam session. Diverso è suonare tra amici, per gioco, senza dover dimostrare qualcosa agli altri che suonano con te.

Jorge Bergoglio, ovvero Papa Francesco: che effetto fa avere per connazionale il Papa?

Javier: è una cosa che ti dà un certo prestigio. Ma al di la di ciò è una persona che stimo soprattutto per ciò che ha fatto in passato per il nostro Paese, per essere stato sempre vicino ai più deboli in maniera concreta, non a parole.

Nella tua vita hai un Jolly?

Javier:  mmh, no, non ci ho mai pensato, affronto la vita giorno per giorno per come viene e con quello che ho.

L’Argentina: descrivimi con una sola frase la tua terra di origine

Javier: Passione. Più sintetico di così… Passione, cordialità…potrei dire ancora tante cose: è la mia terra d’origine a cui sono molto legato.

Marcello Alvarez è un tenore nato a Cordoba, la tua città: a quando un progetto insieme?

Javier: non lo conosco ma mi fa molto piacere che ci siano uomini illustri a Cordoba. Suonare insieme? Non credo che sia un tipo di canto affine alla mia musica; sono molto appassionato di canto ma di quello popolare, del folclore argentino, i canti della terra.

Sei un tipo che si accontenta?

Javier: sì, abbastanza, sono umile in questo senso, sono grato di ciò che ho. Quando avevo 20 anni avevo tanti obiettivi da raggiungere ora posso dire di essere soddisfatto di quello che ho fatto e vivo per quello che mi piace fare…  però vado avanti comunque, mi prefiggo sempre nuovi obiettivi, anche piccoli.

C’è qualcosa, invece, di cui non ne hai mai abbastanza?

Javier: la musica, non mi basta mai, sono sempre alla ricerca di cose nuove. Se un giorno mi fermassi  a ciò che musicalmente già esiste mi annoierei.

Ventuno anni con gli Aires Tango: cosa significano? Arriverete alle nozze d’oro?

Javier: Significano una grande intesa, ci si conosce a memoria, ci sono tante cose in comune che crescono…ciò fa bene al tipo di musica che suoniamo: senti una sola persona, non quattro. Se arriveremo alle nozze d’oro non so, intanto andiamo avanti.

I brasiliani dicono: il miglior affare che si possa fare nella vita è quello di comprare un argentino per quello che vale e venderlo per quello che dice di valere. Hanno ragione per quel che ti riguarda?

Javier: tutti questi scherzi nascono per quelli di Buenos Aires che si sentono superiori, che sono vanitosi. Loro non dicono “sono Argentino” dicono “sono di Buenos Aires”. Ma l’Argentina è molto grande, gli Argentini dell’interior non sono così.

A proposito della vastità dell’Argentina, non ti mancano qui in Italia i grandi spazi della tua terra?

Javier: Non troppo, ed anche se fosse…basta prendere un aereo! Poi magari una volta lì sentirei la nostalgia di tutto ciò che qui c’è e lì no.

Che idea avevi dell’Italia prima di venirci?

Javier: un Paese dove si urlava, si faceva casino…ma non ne avevo un’idea precisa.

Poi invece sei rimasto qui…

Javier: Sono venuto in Italia solo per fare dei documenti, invece è stato amore a prima vista, in una settimana ho deciso di cambiare vita e sono rimasto. Mi sono piaciuti il modo di vivere che trovo molto simile a quello della mia Argentina, il cibo, l’arte e la possibilità di fare ciò che amo, cioè la musica.

Tra gli argentini di origine italiana e il tango c’è un legame molto stretto (basti pensare ad Astor Piazzolla); tuo nonno era un musicista di tango e folklore: il tuo destino era ineluttabile. Se non avessi scelto la musica cosa avresti voluto fare?

Javier: probabilmente il calciatore, ma la musica è sempre stata al primo posto per me.

Rimanendo in tema: c’era una volta il tango classico poi Astor Piazzolla, infine Javier Girotto. Ti senti un innovatore?

Javier: Non so, l’intenzione c’è: sono voluto partire da Astor Piazzolla come ultimo innovatore e da lì cercare un nuovo linguaggio con gli Aires Tango. Poi sta alla gente dire se ciò che facciamo è qualcosa di nuovo oppure no.

Hai raggiunto la fatidica età dei 50 anni: la metà dei quali passata nelle Americhe e l’altra in Italia. Bilanci, errori che non ripeteresti…

Javier: Sono contento così, qui ho trovato il posto giusto per vivere, quello più vicino al mio carattere e alle mie origini. Errori? Anche quelli servono, ti fanno crescere.

Cosa ti dà energia e riesce ancora a farti emozionare?

Javier: La musica i brani che suono e che scrivo: mi emozionano perché mi ricordano la musica delle mie radici, il tango, la musica popolare di mio nonno.

Oltre che nella musica, nella vita sei ancora alla ricerca di qualcosa?

Javier: Non saprei, sono soddisfatto così

A quale domanda non sai dare una risposta?

Javier: A questa!

Cosa ci racconterai con gli Aires Tango questa sera?

Javier: Un po’ quello che siamo e quello che siamo stati in questi venti anni.

 

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